A partire dal 3 settembre 2026, un drone dotato di imaging termico importato negli Stati Uniti vedrà raddoppiare il proprio valore dichiarato in dogana. Donald Trump ha firmato il 13 agosto una proclamazione basata sulla Section 232 che impone dazi fino al 100% su droni e componenti importati. La misura colpisce soprattutto i droni termici usati da vigili del fuoco, forze dell'ordine e squadre di ricerca e soccorso, per i quali le fonti non indicano un'alternativa domestica allo stesso prezzo.
Le nuove aliquote: tre livelli e un criterio che va oltre il peso
Nella proclamazione firmata il 13 agosto, il segretario al Commercio Howard Lutnick adotta la conclusione che gli Stati Uniti sono "too reliant on foreign sources of UAS and UAS components" — troppo dipendenti dalle fonti estere di droni e componenti. Le tariffe si dividono in tre livelli:
- 100% su droni con peso massimo al decollo superiore a 25 chilogrammi, droni con termocamera integrata (indipendentemente dal peso), docking station e componenti critiche
- 25% su droni sotto i 25 kg senza imaging termico
- 15% per Unione europea, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Svizzera e Liechtenstein; 10% per il Regno Unito
La condizione per le aliquote ridotte è stringente: "substantially all hardware, software, and technology" deve provenire da quei Paesi o dagli Stati Uniti. Il dazio si applica al valore dichiarato all'importazione, non al prezzo al dettaglio: un importatore può scegliere quanto scaricare sul consumatore finale, ma i precedenti sui dazi cinesi mostrano che il trasferimento è di solito ampio.
Il calendario: un doppio colpo tra FCC e tariffe
Le date sono coordinate e si accavallano. La Federal Communications Commission aveva già inserito il 22 dicembre 2025 tutti i droni di fabbricazione estera nella Covered List, bloccando le autorizzazioni per i nuovi modelli. Una proposta successiva (PS Docket 26-189) intende estendere il divieto anche ai modelli già autorizzati; i commenti pubblici chiudono il 2 settembre 2026. Il giorno dopo, 3 settembre 2026, scattano i dazi del 25% e del 100%. Un terzo scaglione, con tariffe del 25% su ulteriori componenti, entra in vigore il 9 febbraio 2027, con una finestra di 180 giorni pensata per consentire agli importatori di spostare le forniture. Il Dipartimento del Commercio può inoltre aggiungere nuove componenti al programma quando lo ritenga necessario.
Chi paga il conto: consumatori, agenzie pubbliche e assemblatori americani
Il DJI Mini 5 Pro, mai lanciato ufficialmente negli Stati Uniti ma venduto regolarmente su Amazon a 759 dollari, era sceso a 683 dollari a fine luglio mentre crescevano i timori sui dazi. Il calo è del 10,01%: (759 − 683) ÷ 759 = 0,1001. Con un dazio del 25% sul valore dichiarato, quella fascia di prezzo diventa difficile da sostenere. Sul versante professionale, il DJI Matrice 4T pesa una frazione dei 25 kg, ma la termocamera sul muso lo colloca comunque nella fascia del 100%. Le agenzie pubbliche che usano droni termici per operazioni notturne subiscono il colpo più pesante: il dazio raddoppia il costo di importazione dichiarato. Non è la prima volta: ad aprile 2025 i dazi cumulati sull'hardware DJI avevano toccato il 170%, prima di essere ridotti. Quella volta le tariffe erano generiche; stavolta sono specifiche per i droni, firmate con una motivazione di sicurezza nazionale e costruite per restare.

La proclamazione stessa riconosce che "most commercial and industrial UAS, even those produced in the United States, incorporate critical parts and components produced overseas" — la maggior parte dei droni commerciali e industriali, anche quelli prodotti negli Stati Uniti, incorpora componenti prodotti all'estero. Motori, regolatori elettronici di velocità e batterie agli ioni di litio provengono ancora in larga parte dalla catena di fornitura cinese. Tassare quei componenti significa aumentare i costi anche per gli assemblatori americani che la politica vorrebbe proteggere.
L'effetto borsa e il caso Unusual Machines
Venerdì 14 agosto, il titolo Unusual Machines ha chiuso in rialzo del 24% a un record storico. L'azienda della Florida — che produce motori e controllori di volo, esattamente le categorie che la proclamazione rende più care se importate — ha nel proprio advisory board Donald Trump Jr., entrato a novembre 2024 con 331.580 azioni. Anche Red Cat Holdings è salita dell'8,8%, Kratos Defense & Security Solutions del 2,9%, AeroVironment dell'1,8%. L'entità che porta in borsa Powerus, operazione che coinvolge sia Donald Trump Jr. sia Eric Trump, è salita del 4,9%.
Nell'analisi di DroneXL, il quadro resta "scomodo": il presidente firma un ordine commerciale e due società legate finanziariamente ai suoi figli salgono nella stessa seduta. La stessa fonte sottolinea che nessuna prova pubblica indica che la proclamazione sia stata scritta per favorire quelle aziende, ma l'assenza di disclosure o recusal pesa sulla credibilità dell'intero settore domestico. Ogni azienda americana che vince commesse sotto questa politica rischia di essere sospettata di aver beneficiato di un canale privilegiato.
Analisi: il paradosso della supply chain
Il nodo strutturale è che le tariffe arrivano otto mesi dopo il blocco FCC del 22 dicembre 2025. DJI non può già più certificare nuovi modelli negli Stati Uniti: il 25% non tocca il futuro di DJI, che in base alle regole attuali non ne ha uno, ma il piccolo inventario di velivoli già autorizzati che le aziende americane continuano a comprare perché nessun prodotto domestico li eguaglia sul prezzo. Il 100% sui termici colpisce i pompieri e gli sceriffi, le stesse agenzie che la proposta FCC ha già messo in allarme. E la componente tariffaria sui pezzi aumenta i costi per i costruttori americani che, per ammissione della stessa proclamazione, assemblano con parti importate.
Le tre fonti leggono la misura da angolature diverse: DroneXL mette in evidenza il conflitto d'interesse, DroneLife si concentra sugli allegati tecnici e sulle categorie doganali, FIRSTonline sul fronte geopolitico e sul contenzioso DJI. Insieme mostrano che l'operazione è commerciale, industriale e politica allo stesso tempo. L'incognita concreta resta il programma di onshoring: il Dipartimento del Commercio non ha ancora pubblicato criteri, tempi né procedure di domanda. Senza quel percorso, per le aziende già attive negli Stati Uniti il beneficio resta teorico. Dal 3 settembre, intanto, il conto arriva alla cassa.






